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giovedì 24 gennaio 2013

Dal blog Personal velocity http://micaelaveronesi.blogspot.it/

Zorba e le donne, le donne e Zorba
Una scena del film Zorba il greco di Michael Cacoyannis recitato e prodotto da Anthony Quinn
Da bambina Zorba era per me il sirtaki. Lo ballavo con mia mamma che me ne insegnava i passi e mi divertivo un mondo con quella musica così allegra e coinvolgente al punto che avevo anche imparato a usare il giradischi pur di rimettere il disco da sola. Forse avevo visto anche il film, chissà, non ricordo ma può darsi che la Rai lo avesse programmato in una sera d’estate dei primi anni Settanta.
Non avevo più pensato a Zorba, fino a qualche mese fa, quando Fabio Scibetta mi ha chiesto di leggere il suo nuovo testo teatrale, in cui lui, Zorba, è appunto il protagonista.
Come in tutti i testi di Fabio, in La luna di Zolfo c’è il giusto mix fra poesia, ironia e visionarietà. Uno Zorba insolito, il suo, che viaggia fino in Sicilia, fa affari sfortunati addirittura con i Malavoglia (!!!) e si imbatte con Ciaula e Rosso Malpelo, tutti ovviamente a lavorare in una miniera. Scibetta lavora così: d’impulso. Le idee gli vengono e hanno già forma. Per questo è un artista ma è anche un uomo generoso. Non vive abbarbicato in un pianeta solo suo, sta qui, su questa Terra e lavora per renderla migliore.
Il problema – se di problema si può parlare – è nato quando ho incontrato lo Zorba letterario, quello originale, di Nikos Kazantzakis. 
                                                  
Continua a leggere su http://micaelaveronesi.blogspot.it/2012/08/zorba-e-le-donne.html



Una veduta di Creta





Il vero Yiorgis Zorbas al quale è ispirato lo Zorba di Kazantzakis
Kazantzakis a Creta

domenica 20 gennaio 2013

LE SIRENE DI ZORBA



Le sirene che popolano l’immaginario collettivo occidentale sono creature divise in due, il corpo per metà pesce e per metà donna. Figure sensuali, ammaliatrici, che attraggono i marinai tra i loro abbracci fatali. Ma questa visione in realtà è un retaggio di epoca successiva a quella degli inventori delle Sirene, figure mitologiche che popolavano un’isola sulla rotta di Ulisse, sicuramente la loro vittima più celebre. Per i greci che conoscevano i canti di Omero, quelle sirene avevano tutt’altra morfologia. La pittura vascolare ellenica, sia quella più arcaica a figure nere che quella più danzante a figure rosse, rappresentava la sirena come una creatura alata dal volto di donna. Solo nel Medioevo le volatili verranno sostituite da quelle caudate. 



Zorba conosce entrambe le sirene, anche se non è uomo di mare, avrà sicuramente visto sugli avambracci di qualche camallo ellenico, sull’insegna muffita di una taverna del Pireo o sulla prua di una nave la polena formosa, dai fianchi che scivolano in squame per concludersi in graziose pinne. Più difficili da incontrare forse le sirene alate, roba da museo.





Ma Zorba conosce l’Odissea e conosce le sirene di Ulisse, raccontate da un novello aedo armato di liraki, una specie di Psarantonis, seduto all’ombra di un cipresso con il tronco dipinto di calce a sorseggiare il suo rhum mentre gli altri ascoltano in religioso silenzio. Quell’uomo, Ulisse, che voleva sentire il pericoloso canto delle sirene e dei suoi semplici espedienti: cera per i suoi marinai e funi per lui. 





Zorba è un uomo di terra, al massimo si affaccia dagli scogli per vedere quella bestia capricciosa, capace di cullarlo come di sballottarlo fino allo sfinimento da mal di mare. Le sirene, alate o caudate che siano, sono la sua vera salvezza. Un secchio di lupini, una miniera di lignite, una vedova con un nastrino blu legato al collo, una danza sfrenata, un bicchiere di vino, una donna che gestisce una taverna… la Luna che si affaccia da dietro le colline di gesso e canta per lui…
Zorba ormai vecchio, ha ascoltato e seguito tante volte la voce delle mille sirene, ora però è stanco. Il mondo che lui conosce sta per finire, ne legge i segni della decadenza, come un corpo che invecchia, come il suo. E questa volta, quest’ultima volta non vuole limitarsi ad ascoltare quel canto, ma vuole essere lui il canto. Poco conta se il mondo non segue più il suo passo, e se la sua danza sfrenata è fuori tempo…
Come quella Sicilia della Belle Epoque, quella Palermo al centro dell’Europa creata dai Florio, ed ora pronta a crollare in un fallimento che si trascinerà le ville Liberty, i lampioni a gas, le passeggiate in carrozza, i vestiti mandati a lavare a Parigi e lo zolfo, ormai inutile, con tutte le sue miniere.

  Non fugge Zorba. Si nega solo a ciò che non gli appartiene. Come un grande artista capisce quando è il momento di uscire di scena. Le sirene lo accompagneranno e lui si risparmierà il  triste epilogo del quotidiano, dell’incapacità di sognare, delle catene di montaggio, del materialismo, del portare i soldi a casa, dei doveri e delle responsabilità valide solo per chi le impone, dei conformismi, di chi non sa sorridere, danzare, cantare come solo lui sa fare… Tutto questo non gli appartiene. Lui ha bisogno di un buon suonatore di buzuki, qualcuno intorno a battere il tempo con le mani, il mare che si spartisce il ruolo di fondale con il cielo, la luce della Luna a illuminargli i passi come le braccia di una donna ad accompagnarlo verso un canto, un canto lungo quanto una notte.

lunedì 7 gennaio 2013

QUANDO ZORBA INCONTRÒ CIAULA E ROSSO MALPELO



La storia è quella di un uomo che viaggia non per necessità ma per amore. Amore della vita.
Ma la vita è quella piena e densa di ogni emozione e dunque Zorba incanta la fame, la tristezza, la povertà, la morte ma anche la gioia, quella intensa che nasce dagli eventi più piccoli: il sorriso di un bambino, gli occhi di una donna, l’odore del mare, la Luna piena…
Questo uomo, Zorba, nasce lontano, nella Creta arcaica di fine Ottocento, dalla fantasia di uno scrittore greco, Nikos Kazantzakis, Zorba però non si ferma tra le pagine del suo libro, ma arriva fino a Hollywood e diventa un film. Impersonato da Anthony Quinn, Zorba il greco diviene mito. Ma non si ferma ancora. Noi da bambini lo abbiamo solo immaginato, perché capirlo era impossibile, ma si vedeva dalle facce dei grandi che era un tipo simpatico. Poi è diventato un vecchio saggio, - più saggio che vecchio – e ha incontrato Fabio Scibetta in una notte di agosto, sotto la Luna piena. Con Fabio, Zorba è arrivato in Sicilia, in un’epoca imprecisata, in un luogo imprecisato, anche se qualche segno ce lo fa collocare alla fine dell’Ottocento (cioè alla sua epoca) e lì Zorba ha incontrato altri miti, uomini meno solari di lui cui Zorba non ha potuto che lasciare qualcosa di buono e di bello in eredità: la voglia di vivere e il piacere di essere vivi. 
Rosso Malpelo così ha viaggiato – lui pure – dalle pagine verghiane al palcoscenico di Scibetta e finalmente ha imparato a sorridere.
Il Ciaula di Pirandello, un altro minatore letterario, fa capolino in questo spettacolo: solo un’uscita, una piccola comparsata ma molto evocativa perché tutto in questo testo ruota intorno alla Luna.
E’ la Luna la vera protagonista.
Ma allora perché la Luna è di zolfo?
Lo zolfo non come elemento degli inferi, o comunque non solo. Zorba certo è un po’ mefistofelico, ma lo zolfo che respira è quello reale, puzzolente, l’odore della terra che ha incontrato, l’odore che si portano addosso i minatori e anche Rosso. Ma lo zolfo è anche colore, la luce di limone e grano violentemente maturo sotto il sole di una Sicilia ormai immaginaria, che però proviene dalle viscere della terra e Rosso, che alla terra è incatenato, lo immagina valido anche per la Luna. Grande, luminosa, paradossalmente tangibile proprio grazie alla sua irraggiungibilità. Sarà Zorba a togliere quel puzzo luciferino per darle una luce d’oro, di miele e di grano biondo.